venerdì 22 marzo 2013

OGGETTI PERDUTI...





Ho pensato di iniziare con voi, cari lettori ed amici del blog, un viaggio della memoria attraverso alcuni degli oggetti che non usiamo più.
Alcuni di essi hanno rappresentato per decenni simboli di una condizione, anche sociale, oggetti "cult", immagini di un tempo ben definito, fenomeni di costume, nel corrispondente momento storico.
Ci hanno accompagnato fedelmente, accettando di divenire obsoleti, di essere accantonati e sostituiti dalle moderne tecnologie, rivendicando però il loro essenziale ruolo nel ricordo di tempi, per certi versi, meravigliosi.
Ne ho individuato diversi, ma sono disponibile a ricevere le vostre segnalazioni, per arricchire questo . . . angolo della memoria.



Gli Oggetti della. . . Memoria !

Non è una novità che la temperatura in inverno si abbassa e noi cerchiamo ogni possibile fonte di calore . . .
E che dire della difficoltà di asciugare il bucato, nonostante continui a piovere a dirotto per giorni . . .                                                                                                             La moderna tecnologia ha risolto questi problemi, sicuramente in modo efficace e possibilmente sempre più rispettoso della nostra salute.                                                                   Ma quello che si è perso è l’alone di magia, l’incanto, il fascino, la suggestione di certi irripetibili momenti . . .
La memoria torna indietro ad incontrare un “oggetto smarrito” : il

Braciere Con Campana Asciugatrice

Dai ripostigli emergeva agli inizi di ottobre, quando la luce debole dell’inverno iniziava a sfumare il paesaggio che ingialliva per i toni autunnali.                                                                      Liberato dalla polvere e dai ricami di qualche ragnatela, faceva già pregustare il tepore che avrebbe regalato durante le serate invernali, lì nel soggiorno dove veniva sistemato al posto d’onore tra il tavolo e le sedie.                                                                                                    Sistemata la base, una pedana circolare in legno, di solito di abete, a forma di ciambella, alta un palmo da terra, si infilava il braciere, nel foro centrale. 


                                                                        

Con gli anni il legno ingrigiva testimoniando tutt’intorno l’impronta delle scarpe, per il bordo consumato più della parte centrale.                                                                   C’era il braciere bello, di rame ed ottone lucido, con i risvolti e i manici intarsiati,


                                 

e  quello di ferro, annerito e cotto dal fuoco. 


                                            

Sulla pedana, a protezione del braciere, si appoggiava l’asciugapanni a forma di cupola in legno o in giunco, talvolta in ferro, come una gabbia cilindrica con una faccia inferiore aperta che copriva il braciere, mentre da quella superiore s’irradiavano a stella i listelli di ferro che scendevano lungo i lati e, incrociando quelli orizzontali concentrici, formavano una griglia a maglie larghe.


             

Quel tipo di asciugapanni  aveva una doppia funzione : al mattino poteva essere ricoperto da mutandine, fazzoletti, calzini ed altri panni appena lavati, messi lì ad asciugare.                                                                                                                                   Nel pomeriggio, tolti i panni, si stendeva sopra una bella coperta di lana che cadeva giù fino a sfiorare la  pedana :  quando la famiglia era riunita, si stava seduti intorno al braciere, con i piedi appoggiati sulla pedana  e la coperta poggiata sulle gambe, per non disperdere il dolce tepore.                                                                                                         Nelle giornate più fredde, rientrati a casa,  si andava a cercare il braciere e si infilavano le mani sotto la coperta per riscaldarsi prima.                                                                        Il compito di ravvivare la brace con la paletta di ferro era un compito delicato :  si alzava un lembo della coperta, si chinava la testa di lato e si interveniva con delicatezza, accostando a poco a poco la carbonella esterna, ancora spenta, a quella centrale, rossa di fuoco.                                                                                                                   Se si mescolava confusamente, la carbonella nuova e la cenere soffocavano la brace  e bisognava riattizzarla con il ventaglio, di cartone o di penne di gallina, con un movimento ondulatorio del polso lento e continuo per evitare di sollevare cenere e scintille.                                                                                                                                 Le ore passavano così in  quegli anni, quando non c’erano i termosifoni e della Tv si fantasticava l’esistenza perché qualcuno l’aveva vista nei negozi delle grandi città o  in qualche film americano.



             
Si rammendava, si leggeva il giornale, si parlava, si facevano solitari con le carte o lunghi pisolini favoriti dal tepore.                                                                                                L’imprevisto arrivo di parenti o amici “a lunga permanenza”, rimetteva in gioco le posizioni acquisite intorno al braciere e l’inserimento di altre sedie rompeva tutti gli equilibri : la coperta sembrava sempre più corta e ogni tanto le si dava una tiratina per coprire  una coscia rimasta scoperta e più infreddolita.                                                                                                Il massimo della felicità  era cenare intorno al braciere :  spesso si ricorreva alla tavola per fare la pasta e la si  poggiava sull’asciugapanni che diventava la base su cui mettere la tovaglia, i piatti e i bicchieri mentre, data l’instabilità del telaio, le bottiglie ed altre pietanze si poggiavano sul tavolo da pranzo.                                                                              Cenette semplici ed indimenticabili, con amici o con parenti, che finivano quasi sempre a scopa o scopone, col sapore del liquorino di casa.                                                                   La missione del braciere non si esauriva con la serata :  poco prima di andare a letto si spostava la brace rimasta  nello scaldino e partiva l’operazione  “prete”.



       

Il “prete” era uno strano oggetto di legno che ricordava un po’ lo slittino e serviva per riscaldare il letto, assorbendo anche l’eventuale umidità delle lenzuola.                                                                                                                         Era formato da quattro assicelle di legno, due superiori e due inferiori, inarcate e convergenti; nella base, rivestita di lamierino, si poggiava lo scaldino con la carbonella ancora calda.                                                                                                                 Si sollevavano le lenzuola e le coperte, si infilava nel letto il “prete” con dentro lo scaldino, e si riappoggiava il tutto su questo particolare telaio.                                               Dopo un pò si risollevavano le coperte piano piano per non disperdere il calore, si sfilava il prete e ci si rannicchiava fra le lenzuola, gustandone il tepore ben diverso dal gelo della stanza.                                                                                                                                                                                                                           Pare che “il prete” si chiamasse così perché, con maligna allusione, era quella cosa che riscaldava il letto per il “tempo necessario”  ma senza restarci a “dormire” ! !                                                                                                                        Ricordi di un passato lontano, fatti di tepore, odore di carbone, di castagne o patate cotte sotto la cenere, di geloni (ahi!), di persone che riunite davanti ad un braciere o un camino, affermavano fortemente il “caloroso” senso della famiglia.




Possiamo rievocarne il calore, ballando con Antonello Venditti . . .

Attorno al fuoco !






4 commenti:

  1. Il bracere, in napoletano 'a vrasera. Ma quando ci avvicinavamo troppo ci facevamo le "salsicce" alle gambe.
    ENZO

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  2. Il braciere.
    In dialetto napoletano si chiamava "'a vrasera". Ma quando ci avvicinavamo troppo ad essa, alle gambe comparivano "le salsicce".
    ENZO

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  3. CHE ROMANTICO IL BRACIERE QUASI COME IL CAMINO BACI BACI

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